Medicina e scienza da sempre concorrono nello studio delle abitudini comportamentali dell’essere umano. Anche lo sport, in ogni sua branca, è stato in molti casi sottoposto ad attenta analisi, cercando di capire quali fossero i fattori motivazionali che spingessero gli individui a superare quelli che vengono comunemente conisiderati “limiti”. Ad oggi si conoscono molte delle motivazioni che spingono a praticare i cosiddetti “sport estremi”, evidenziando meccanismi sia psicologici che fisiologici.

Uno dei primi aspetti emersi è di natura psicologica, esistono infatti alcuni individui dotati di una percezione della vita e del proprio corpo diversa dalla normalità. Per questi soggetti il praticare “sport oltre il limite” è un modo per sentirsi vivi, situazioni in cui il pericolo e l’iperattività corporea sono predominanti permettono a tali individui di acquisire una maggiore sensibilità nei confronti del proprio io.

L’esercizio di attività pericolose e il confronto con elementi incerti come il rapporto con il vuoto concorrono poi all’attivazione della secrezione di neuromediatori attivanti. Tali neurotrasmettitori vengono automaticamente prodotti dal nostro organismo con il rilascio di sostanze quali adrenalina e dopamina. Tali sostanze sono strettamente legate e causano la sensazione di euforia e appagamento che si prova in quei frangenti.

Da uno studio condotto dal prof. Bardo si evince che i praticanti di sport estremi sono in alcuni casi individui con uno scarso livello di dopamina nell’organismo, causato da un basso livello dell’enzima Monoamine Oxidase B, tali persone, soggette ad uno scarso livello di dopamina risultano essere meno soggette ad attacchi d’ansia e a disturbi post-traumatici. Da un successivo approfondimento nello studio dell’aminoacido Neuropeptide Y si evince poi che gli sportivi risultano essere più resistenti e concentrati in situazioni di pericolo.

Attraverso l’osservazione delle emozioni riportate dai praticanti sport estremi i ricercatori hanno sviluppato un’altra interessante teoria. Si tratta della stimolazione di quello che è stato definito “dinamic joy”, ovvero un retaggio infantile sperimentato dai più piccoli durante le fasi di oscillazione o rotazione tipiche dei giochi di infanzia. Tale stato psicologico viene riscontrato soprattutto nei praticanti di sport d’aria quali il parapendio, il paracadutismo e lo sky diving, tutte situazioni dove i soggetti coinvolti praticano movimenti oscillatori in sospensione.

Uno degli studi più importanti e riconosciuti a livello mondiale in questo senso è quello operato dal dott. Eric Brymer, della School of Exercise and Nutrition Sciences, Faculty of Health, Queensland, Australia.

Nello studio del dott. Brymer sono stati analizzati 15 soggetti amanti del “brivido” annotando un cambiamento nella confidenza e nella coscienza che tali individui avevano di se. Più nel dettaglio la ricerca dimostra che il superamento della paura fisica aumenta l’appagamento e il benessere psicologico, favorendo un maggior senso della realtà e una maggiore indipendenza. Lo stesso Brymer afferma:

“Fear is a clear reminder. It tells you to pay attention. It reminds you that this is important here. The athlets, while unable to control nature, were educated about conditions, and were very careful to minimise potential risks.”